Nel 1963 un gruppo di archeologi delle università di Istanbul e di Chicago percorse una collina a pochi chilometri da Şanlıurfa, nel sud-est della Turchia, e notò lastre di calcare spezzate che affioravano dal terreno. Le scambiò per lapidi di un cimitero medievale e passò oltre. Trent’anni dopo l’archeologo tedesco Klaus Schmidt rilesse quelle note, salì sulla stessa collina e capì che le pietre non erano tombe: erano la sommità di pilastri sepolti. Sotto Göbekli Tepe c’erano recinti monumentali costruiti più di undicimila anni fa, prima della scrittura, prima della ceramica, prima dei campi coltivati. Da allora una domanda accompagna ogni nuova campagna di scavo: Göbekli Tepe, chi lo ha costruito?

«Prima viene il tempio, poi la città.»

Klaus Schmidt, intervista a Smithsonian Magazine (2008)

Un santuario di undicimila anni fa

Gli strati più antichi di Göbekli Tepe risalgono alla fine del X millennio a.C.: circa seimila anni prima delle prime pietre di Stonehenge, settemila prima delle piramidi di Giza. Gli scavi, iniziati da Schmidt per l’Istituto Archeologico Germanico nel 1995, hanno portato alla luce grandi recinti circolari e ovali, delimitati da muri a secco e da pilastri di calcare a forma di T. Al centro di ciascuno si ergono due pilastri più grandi, alti fino a cinque metri e mezzo.

Quei pilastri non sono semplici colonne. Alcuni hanno braccia scolpite sui fianchi, mani che si incontrano sul ventre, una cintura e un perizoma di pelle di volpe: sono figure umane stilizzate, o forse qualcosa di più che umano. Intorno a loro corre un bestiario inquieto di volpi, cinghiali, serpenti, gru, avvoltoi e scorpioni. Le prospezioni geofisiche indicano che sotto la collina restano altri recinti mai scavati. Quello che vediamo oggi è solo una parte del sito.

Come si datano pietre che non contengono carbonio? Gli archeologi hanno misurato il radiocarbonio dei resti organici trovati nei riempimenti dei recinti e negli intonaci dei muri: ossa, semi, frammenti di carbone. Ne emerge una frequentazione lunga circa millecinquecento anni, dalla fine del X all’VIII millennio a.C. Per tutto quel tempo, generazione dopo generazione, qualcuno tornò sulla collina a costruire, modificare, ricoprire. Schmidt pensava che i recinti fossero stati sepolti deliberatamente alla fine del loro uso; oggi si discute se parte di quei detriti sia invece scivolata dai pendii nel corso dei secoli.

Chi ha costruito Göbekli Tepe?

La risposta degli archeologi è precisa e, per molti, sorprendente: cacciatori-raccoglitori. Negli strati più antichi non ci sono piante né animali domestici. Le ossa trovate in enormi quantità appartengono a gazzelle, cinghiali, uri e uccelli selvatici; i cereali erano raccolti allo stato selvatico e lavorati con centinaia di macine e pestelli. Erano comunità che non coltivavano ancora la terra, ma che sapevano estrarre, trasportare e scolpire blocchi di diverse tonnellate.

Schmidt costruì su questo dato la sua tesi più famosa. Gruppi diversi si sarebbero radunati sulla collina per grandi banchetti rituali, e proprio la necessità di nutrire tante persone nello stesso luogo avrebbe spinto verso l’agricoltura. Non è un’ipotesi campata in aria: uno studio genetico del 1997 ha individuato sui vicini monti Karacadağ il luogo d’origine del farro piccolo domestico, uno dei primi cereali coltivati dall’umanità. Prima il luogo sacro, poi i campi: un rovesciamento della sequenza che i manuali davano per scontata.

Ricostruzione del Recinto D di Göbekli Tepe con i pilastri a T, Museo di Şanlıurfa
Ricostruzione a grandezza naturale del Recinto D di Göbekli Tepe, con i due grandi pilastri centrali. Museo archeologico di Şanlıurfa. Foto: Cobija, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Un tempio? Le nuove scoperte cambiano il quadro

Klaus Schmidt è morto nel 2014, e la ricerca dopo di lui ha messo in discussione parte del suo modello. I ricercatori dell’Istituto Archeologico Germanico considerano oggi problematica la parola “tempio”, che presuppone divinità, sacerdoti e un’economia religiosa documentati solo migliaia di anni più tardi. I recinti avevano certamente una funzione rituale, ma erano anche luoghi di incontro e di identità collettiva, e l’idea di un sito frequentato soltanto per le cerimonie, senza acqua e senza vita quotidiana, è in piena revisione.

Nell’estate del 2026 la squadra guidata da Necmi Karul ha annunciato la scoperta, in un’area a nord della zona principale, di edifici rettangolari con meno pilastri monumentali, che potrebbero essere abitazioni: le analisi dei pavimenti diranno se lo erano davvero. E Göbekli Tepe non è più solo. Il progetto Taş Tepeler sta indagando nella stessa regione una decina di siti con pilastri a T, primo fra tutti Karahan Tepe. Quello che sembrava un unicum era parte di un mondo.

Gli Apkallu e la borsa: il filo verso la Mesopotamia

Sul Pilastro 43, la cosiddetta Pietra dell’avvoltoio, la fila superiore mostra tre oggetti rettangolari con un manico ad arco, simili a borse. Chi legge Göbekli Tepe alla luce della teoria delle civiltà perdute li accosta a un’immagine molto più tarda: gli Apkallu dei rilievi assiri, i saggi alati che nel palazzo di Assurnasirpal II a Nimrud, nel IX secolo a.C., reggono in una mano un cono e nell’altra un secchiello.

Nella tradizione mesopotamica gli Apkallu erano sette sapienti vissuti prima del diluvio, inviati dal dio Enki per insegnare agli uomini le arti della civiltà. Il sacerdote babilonese Berosso, nel III secolo a.C., racconta che il primo di loro, Oannes, era una creatura metà uomo e metà pesce uscita dal mare, che di giorno istruiva gli uomini nella scrittura, nelle scienze e nell’agricoltura e la notte tornava tra le onde. Un oggetto simile alla “borsa” compare anche in un rilievo olmeco di La Venta, in Messico. Per i sostenitori delle teorie alternative sarebbe il simbolo di un sapere portato da fuori, passato di mano in mano attraverso i millenni.

Gli Apkallu non erano soltanto figure del mito. Sotto i pavimenti delle case e dei palazzi assiri venivano sepolte piccole statuette di argilla che li raffiguravano, a volte avvolti in un mantello a forma di pesce: erano guardiani contro demoni e malattie. I saggi venuti da prima del diluvio erano diventati protettori domestici, presenze da tenere vicino, nelle fondamenta.

Il Pilastro 43 di Göbekli Tepe, la Pietra dell’avvoltoio, con le tre “borse” scolpite in alto
Il Pilastro 43, o Pietra dell’avvoltoio, con le tre “borse” nella fila superiore. Göbekli Tepe. Foto: Sue Fleckney, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons.
Rilievo assiro di un Apkallu alato con secchiello e cono, da Nimrud
Apkallu alato con cono e secchiello, da Nimrud (883-859 a.C.). Museo dell’Antico Oriente, Istanbul. Foto: Osama Shukir Muhammed Amin, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Ogni civiltà racconta di qualcuno che è arrivato prima. La domanda è se lo racconta perché lo ricorda, o perché ne ha bisogno.

Le obiezioni: cosa dicono gli archeologi

Il confronto tra le “borse” di Göbekli Tepe e il secchiello degli Apkallu ha un problema di distanza prima ancora che di forma: tra il Pilastro 43 e i rilievi di Nimrud passano più di ottomila anni, e il rilievo di La Venta si trova su un altro continente. Il secchiello assiro, inoltre, ha una funzione nota: conteneva l’acqua o l’unguento usati in un rito di purificazione, mentre il significato delle forme scolpite a Göbekli Tepe è ancora sconosciuto. Un contenitore con un manico è una delle forme più semplici che l’uomo possa disegnare, e la somiglianza non basta a dimostrare un’eredità comune.

Lo stesso vale per l’ipotesi, resa popolare da Graham Hancock, che i costruttori fossero gli eredi di una civiltà avanzata scomparsa alla fine dell’ultima era glaciale. Gli archeologi fanno notare che a Göbekli Tepe non ci sono metalli, scrittura o strumenti estranei al Neolitico: ci sono selci, macine e un’arte che si sviluppa in continuità con le culture locali precedenti. Anche la lettura del Pilastro 43 come registrazione di un impatto cometario, proposta nel 2017, è stata respinta dagli scavatori. Restano aperte domande vere, e affascinanti: come fu organizzato il lavoro, cosa significavano gli animali, perché i recinti furono riempiti di detriti. Ma sono domande sulla straordinarietà dei cacciatori-raccoglitori, non sulla loro assenza.

Il collegamento con NEXUS

Göbekli Tepe ha insegnato all’archeologia una lezione che vale anche per la narrativa: il passato è più profondo delle nostre certezze, e a volte basta rileggere la nota a margine di una vecchia ricognizione per scoprire che sotto una collina c’era un mondo intero. Gli Apkallu, d’altra parte, sono il mito di chi porta il sapere e poi scompare.

NEXUS si muove esattamente in quello spazio: tra ciò che gli scavi dimostrano e ciò che i miti si ostinano a ricordare. Il romanzo non sostiene che i saggi venuti dal mare siano esistiti. Si chiede che cosa accadrebbe se qualcuno, oggi, fosse convinto di esserne l’erede.

Per approfondire

Il libro di riferimento resta quello di Klaus Schmidt, Costruirono i primi templi, che racconta i primi anni di scavo dal punto di vista del suo scopritore. Gli aggiornamenti della ricerca sono pubblicati dall’Istituto Archeologico Germanico nel blog The Tepe Telegrams. Per i frammenti di Berosso su Oannes e i sette saggi, l’edizione di riferimento è Berossos and Manetho di Gerald Verbrugghe e John Wickersham (1996). La lettura alternativa è esposta da Graham Hancock in Magicians of the Gods (2015). Qui sul blog, il tema prosegue negli articoli su Graham Hancock e le civiltà perdute, sul mito di Atlantide e su gli Anunnaki e la creazione dell’uomo. E come sempre: diffidate delle somiglianze troppo perfette, e andate a vedere le date.


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