Migliaia di anni prima che la Bibbia parlasse di Adamo ed Eva, migliaia di anni prima che la filosofia greca si interrogasse sull’origine dell’uomo, una civiltà straordinaria incideva su tavolette d’argilla una risposta. I Sumeri — il popolo che inventò la scrittura, il calendario, il codice di leggi — ci hanno lasciato una cosmogonia dettagliata, precisa, perturbante. Una storia che parla di dèi venuti dal cielo, di manipolazione genetica, di una razza creata per servire. Una storia che Zecharia Sitchin ha tradotto e reinterpretato nel suo controverso ma affascinante Il Dodicesimo Pianeta, aprendo una domanda che non smette di bruciare: e se non fosse solo un mito?
«Quando gli dèi come gli uomini portavano il lavoro e sopportavano la fatica — il lavoro degli dèi era grande, la fatica pesante, le difficoltà molte.»
Atrahasis, epopea babilonese — circa 1700 a.C.
Chi erano gli Anunnaki
Il termine Anunnaki compare in centinaia di tavolette cuneiformi ritrovate tra la Mesopotamia e l’odierno Iraq. La traduzione più accreditata è “coloro che vennero dal cielo sulla terra” — oppure, secondo alcune interpretazioni, “i principi reali del cielo e della terra”. Nelle tavolette sumere non sono figure metaforiche o simboli spirituali: sono entità con nomi, ruoli, gerarchie, conflitti. Hanno un re — Anu — che governa dal cielo. Hanno un amministratore della Terra — Enlil. E hanno uno scienziato, un genetista ante litteram chiamato Enki, il cui ruolo nella creazione dell’uomo è centrale, ambiguo, e straordinariamente moderno nella sua descrizione.
Secondo i testi, gli Anunnaki erano arrivati sulla Terra da un corpo celeste chiamato Nibiru — un pianeta con un’orbita ellittica lunga 3.600 anni terrestri, che si avvicina al nostro sistema solare a intervalli regolari. Sitchin identifica Nibiru con il “dodicesimo pianeta” del titolo del suo libro, sostenendo che i Sumeri conoscessero l’esistenza di pianeti che la scienza moderna avrebbe riscoperto solo secoli dopo. Erano venuti sulla Terra in cerca di oro — un metallo di cui il loro pianeta aveva bisogno per sostenere la propria atmosfera. E per migliaia di anni, i loro lavoratori — chiamati Igigi — avevano estratto l’oro dalle miniere africane.


La ribellione degli Igigi e la nascita di Adamu
L’epopea di Atrahasis — una delle fonti più antiche e complete — racconta che a un certo punto gli Igigi si ribellarono. Il lavoro nelle miniere era insostenibile. Si rifiutarono di continuare. Fu allora che Enki propose una soluzione radicale: creare un essere primitivo — un Lulu Amelu, “lavoratore selvaggio” — in grado di sostituirli. Un essere abbastanza intelligente da eseguire ordini complessi, ma abbastanza limitato da non rappresentare una minaccia. La madre degli dèi, Ninhursag, avrebbe fornito la matrice biologica. Enki avrebbe fornito la conoscenza genetica. Il risultato fu Adamu — il primo uomo.
Ciò che rende questa narrazione straordinariamente perturbante non è solo la somiglianza con il racconto biblico della Genesi — che molti studiosi considerano una rielaborazione semplificata dei testi sumeri, scritti millenni prima. È il meccanismo della creazione. Le tavolette descrivono un processo che suona inequivocabilmente come ingegneria genetica: il sangue di un dio mescolato con argilla — con Adamu, che in sumero significa letteralmente “terra” ma anche “sangue”. Un impasto biologico. Un codice modificato. Ninhursag porta a termine la gestazione. E l’essere che emerge non è divino, ma porta in sé qualcosa di divino — il DNA degli Anunnaki.
«Mescolò argilla con la sua carne e il suo sangue. Il dio e l’uomo si fusero insieme.»
Tavoletta di Atrahasis — traduzione di W.G. Lambert e A.R. Millard
Enki, il serpente e la conoscenza proibita
Nel mito sumero, Enki non è semplicemente uno scienziato. È un ribelle. Mentre Enlil — il signore della Terra — voleva mantenere gli esseri umani ignoranti e servili, Enki aveva un’altra visione. Fu lui, secondo alcune interpretazioni dei testi, a trasmettere agli uomini la conoscenza proibita. Fu lui a salvare Utnapishtim — il Noè sumero — dal diluvio che Enlil aveva progettato per sterminare l’umanità diventata troppo numerosa e rumorosa. Il parallelismo con il serpente dell’Eden è evidente al punto da essere quasi impossibile da ignorare: in entrambe le tradizioni, un’entità divina offre all’uomo la conoscenza che un’altra divinità vorrebbe negargli. La domanda che rimane è: perché?
Sitchin, la scienza e il dibattito aperto
Zecharia Sitchin ha dedicato decenni a tradurre e reinterpretare questi testi, costruendo una teoria elaborata e coerente che la comunità accademica mainstream ha in gran parte respinto. Le critiche sono legittime: Sitchin non era un assiriologo accreditato, alcune delle sue traduzioni sono controverse, e la teoria di Nibiru come pianeta fisico non ha trovato conferma astronomica. Ma respingere Sitchin non significa rispondere alle domande che i testi sumeri pongono. Significa semplicemente ignorarle.
Perché i Sumeri, una civiltà che emergeva dalla preistoria, possedevano conoscenze astronomiche straordinariamente precise? Perché il loro pantheon descrive divinità con caratteristiche fisiche dettagliate, veicoli volanti — i ME — e tecnologie che suonano più come fantascienza che come teologia? Perché il racconto della creazione dell’uomo attraverso “mescolanza di sangue” anticipa di migliaia di anni il concetto di manipolazione del DNA? Sono domande che Graham Hancock, Erich von Däniken, e una lunga schiera di ricercatori non convenzionali continuano a porre — e che meritano, almeno, di essere considerate seriamente.
Il filo che arriva fino a noi
Il Libro di Enoch — un testo apocrifo escluso dal canone biblico ma citato nel Nuovo Testamento e conservato nella tradizione etiope — riprende la stessa narrazione con una variante inquietante. I Vigilanti, angeli incaricati di osservare l’umanità, si innamorano delle donne umane e discendono sulla Terra per unirsi a loro. Dalla loro unione nascono i Nephilim — giganti, ibridi, esseri che portano in sé due nature. La tradizione rabbinica, quella cristiana, quella islamica — tutte conservano tracce di questa memoria. Come se qualcosa di fondamentale nella storia della nostra specie fosse stato deliberatamente rimosso dai testi ufficiali, ma non abbastanza bene da sparire del tutto.
È esattamente questo il territorio che NEXUS esplora. Non come esercizio di fantasia — ma come elaborazione narrativa di domande reali, documentate, stratificate in migliaia di anni di tradizioni che si ripetono con una coerenza impossibile da spiegare come semplice coincidenza. Damien Chapman non scopre qualcosa di nuovo. Scopre qualcosa di antico. Qualcosa che qualcuno ha voluto seppellire.
Per approfondire
Se vuoi esplorare questi temi oltre le pagine di NEXUS, alcuni punti di partenza fondamentali: Il Dodicesimo Pianeta di Zecharia Sitchin (1976), Fingerprints of the Gods di Graham Hancock (1995), Il Libro di Enoch nella traduzione di Richard Laurence, e le tavolette di Atrahasis nella traduzione accademica di Lambert e Millard. Leggi con spirito critico, come sempre. Ma leggi.


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