Se Sitchin mi ha dato le domande, Graham Hancock mi ha dato i luoghi. C’è una differenza fondamentale tra i due: Sitchin lavorava sui testi, sulle parole incise nell’argilla; Hancock lavora sulla pietra, sui siti archeologici reali che chiunque può visitare, fotografare, toccare. E quando ho iniziato a costruire la geografia di NEXUS — i luoghi fisici dove la storia si muove, dalle pianure del Texas alle rovine più antiche del mondo — è stato il lavoro di Hancock a guidarmi. Non come verità assoluta, ma come mappa di domande scolpite nel paesaggio.

«Siamo una specie affetta da amnesia. Abbiamo dimenticato qualcosa di fondamentale sul nostro stesso passato.»

Graham Hancock

Chi è Graham Hancock

Graham Hancock è un giornalista britannico, ex corrispondente dell’Economist, diventato negli anni Novanta il volto più noto della ricerca alternativa sulle civiltà antiche. Il suo libro del 1995, Impronte degli Dèi (Fingerprints of the Gods), ha venduto milioni di copie e ha riportato al centro del dibattito pubblico un’ipotesi tanto semplice quanto destabilizzante: e se prima delle civiltà che conosciamo — i Sumeri, gli Egizi — fosse esistita una civiltà avanzata, andata distrutta in una catastrofe globale, di cui le culture successive avrebbero conservato solo frammenti, miti, conoscenze trasmesse senza più comprenderne l’origine?

Negli ultimi anni, grazie alle serie documentarie su Netflix come Apocalypse, Hancock ha raggiunto un pubblico enorme — e ha attirato critiche altrettanto enormi dalla comunità accademica. È una figura divisiva: amato da milioni di persone che trovano nelle sue domande qualcosa che la storia ufficiale non offre, attaccato dagli archeologi che lo accusano di pseudoscienza. La verità, come spesso accade, vive nella zona grigia in mezzo. E quella zona grigia è esattamente il territorio di NEXUS.

Göbekli Tepe sito archeologico
Göbekli Tepe, Turchia — il complesso megalitico che ha riscritto la cronologia della civiltà umana

Göbekli Tepe: la prova che ha cambiato tutto

Il caso che più di ogni altro dà forza alle tesi di Hancock — e che ha avuto un peso enorme nella costruzione di NEXUS — è Göbekli Tepe. Un complesso di strutture megalitiche nel sud-est della Turchia, portato alla luce a partire dagli anni Novanta, datato a circa 11.600 anni fa. Per capire l’enormità di questo numero: Göbekli Tepe è più antico della scrittura, della ruota, dell’agricoltura, della ceramica. È più antico di Stonehenge di seimila anni. È più antico delle piramidi di settemila anni.

Eppure è lì. Enormi pilastri a forma di T, alcuni alti oltre cinque metri e pesanti decine di tonnellate, scolpiti con raffinati bassorilievi di animali, disposti in cerchi secondo un progetto architettonico complesso. Secondo la cronologia ufficiale, gli esseri umani di quell’epoca erano cacciatori-raccoglitori nomadi, privi degli strumenti, dell’organizzazione sociale e delle conoscenze necessarie per realizzare qualcosa del genere. E invece l’hanno fatto. Göbekli Tepe non dimostra le teorie di Hancock, ma dimostra una cosa innegabile: la nostra cronologia della civiltà ha dei buchi. E nei buchi della storia ufficiale è dove la narrativa trova il suo respiro.

Linee di Nazca
Le linee di Nazca, Perù — geoglifi visibili solo dall’alto, tra i misteri studiati da Hancock
Piramidi di Giza
Le piramidi di Giza — al centro delle ricerche di Hancock sull’allineamento astronomico dei monumenti antichi

Cosa mi ha dato Hancock per NEXUS

Il contributo di Hancock al mondo di NEXUS è stato soprattutto atmosferico e geografico. Dai suoi libri ho assorbito un modo di guardare ai luoghi antichi — non come rovine morte, reperti da museo, ma come testimoni silenziosi di qualcosa che non comprendiamo del tutto. Quando in NEXUS i personaggi si muovono tra siti archeologici reali, l’atmosfera che ho cercato di ricreare è proprio quella che si respira leggendo Hancock: la sensazione che quelle pietre sappiano qualcosa, che custodiscano una memoria che noi abbiamo perso.

C’è poi un’idea specifica di Hancock che è entrata profondamente nell’ossatura concettuale del romanzo: l’idea dell’umanità come specie affetta da amnesia. Il concetto che da qualche parte, nel nostro passato remoto, sia successo qualcosa di enorme che abbiamo dimenticato, e che i miti di tutto il mondo — i racconti del diluvio, delle età perdute, degli dèi che camminavano sulla Terra — siano i frammenti residui di quella memoria cancellata. NEXUS prende questa idea e la rende personale, intima: cosa succede quando l’amnesia non è collettiva ma individuale? Quando è un singolo uomo a iniziare, improvvisamente, a ricordare?

Hancock non mi ha dato risposte. Mi ha insegnato a guardare le pietre antiche come se potessero parlare.

Ashur E. Kinning

Le critiche — e perché contano

Sarei disonesto se non affrontassi le critiche, che sono numerose e in buona parte fondate. La comunità archeologica accademica respinge la maggior parte delle conclusioni di Hancock. Gli rimproverano di selezionare le prove che confermano la sua tesi ignorando quelle che la contraddicono, di trarre conclusioni eccessive da dati incompleti, di presentare come misteri irrisolti fenomeni che la scienza ha in realtà già spiegato. La sua ipotesi di una civiltà perduta avanzata non ha trovato, finora, prove archeologiche dirette e incontrovertibili.

Ma — e qui sta il punto che conta per uno scrittore — Hancock pone domande legittime anche quando le sue risposte sono discutibili. Perché civiltà separate raccontano lo stesso diluvio? Perché alcuni monumenti antichi mostrano allineamenti astronomici così precisi? Perché Göbekli Tepe esiste, contro ogni previsione della cronologia ufficiale? Queste domande non spariscono perché le risposte di Hancock sono contestabili. Restano lì, aperte. E le domande aperte sono il combustibile della narrativa. NEXUS non pretende di rispondere. Pretende solo di prenderle sul serio abbastanza a lungo da costruirci sopra una storia.

Il rigore nell’uso di una fonte controversa

Usare Hancock come fonte d’ispirazione narrativa richiede una disciplina precisa: la trasparenza. NEXUS è un romanzo, non un saggio divulgativo. Non afferma che le teorie di Hancock siano vere. Le usa come materia narrativa, esattamente come usa i testi sumeri e il Libro di Enoch — come territorio di esplorazione, non come dottrina. Il lettore non deve credere a nulla. Deve solo accettare, per la durata del libro, di abitare un mondo in cui certe domande hanno conseguenze.

Questa è, a mio avviso, la funzione più nobile della narrativa speculativa: abitare le zone d’ombra che la scienza non ha ancora illuminato, senza pretendere di sostituirsi alla scienza. Hancock vive in quelle zone d’ombra. Alcuni lo considerano un visionario, altri un ciarlatano. Io lo considero, semplicemente, un eccellente generatore di domande. E per chi scrive storie, una buona domanda vale più di mille risposte certe.

Cosa leggere per approfondire

Il punto di partenza obbligato è Impronte degli Dèi (1995), il libro che ha definito il genere. Per i lavori più recenti e maturi, Magicians of the Gods (2015) e America Before (2019) rappresentano l’evoluzione più rigorosa del suo pensiero. Per una prospettiva critica equilibrata, vale la pena leggere anche le confutazioni accademiche — il dibattito tra Hancock e l’archeologo Flint Dibble, ospitato dal podcast di Joe Rogan, è un ottimo esempio di confronto onesto tra le due posizioni. Come sempre: leggete tutto, credete a niente in modo acritico, fate le vostre domande.


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