Secondo un poema babilonese di quasi quattromila anni fa, l’umanità è nata da un omicidio. Gli dèi erano stanchi di scavare canali e lavorare la terra. Decisero allora di creare qualcuno che faticasse al posto loro: uccisero un dio minore, We-ila. La dea madre impastò l’argilla con la sua carne e il suo sangue. Dalla carne del dio, racconta il testo, nacque uno spirito, perché il dio ucciso non venisse dimenticato. È una delle più antiche riflessioni sull’anima nei testi antichi arrivate fino a noi. Ed è molto diversa da ciò che immaginiamo oggi quando pronunciamo questa parola.

«…soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.»

Genesi 2,7

L’anima nei testi antichi della Mesopotamia

Il poema è l’Atrahasis, e la sua scena della creazione contiene un gioco di parole che gli assiriologi considerano una chiave di lettura. In accadico ṭēmu significa “intelligenza”, “capacità di decidere”, mentre eṭemmu è lo spirito del morto. Il dio sacrificato era un dio dotato di ṭēmu, e da lui l’uomo eredita sia l’intelligenza che lo spirito destinato a sopravvivere alla morte. Lo studioso Tzvi Abusch ha dedicato a questo intreccio uno studio rimasto fondamentale: nell’uomo mesopotamico c’è letteralmente qualcosa di un dio.

Ma quel qualcosa non promette alcun paradiso. Accanto all’eṭemmu i testi conoscono la napištu, il respiro e la forza vitale che abbandona il corpo con la morte. C’è poi lo zaqīqu, uno spirito leggero come il vento che può apparire nei sogni. Dopo la morte l’eṭemmu scende nella “terra senza ritorno”, dove i defunti hanno la polvere per cibo e l’argilla per pane. Non esiste un giudizio morale: la sorte di un’ombra dipende soprattutto dalle cure dei vivi. Se la famiglia smette di versare acqua e offerte, il rito chiamato kispu, lo spirito diventa inquieto. E torna a tormentare chi lo ha dimenticato.

La ziqqurat di Ur, presso Nassiriya, in Iraq
La ziqqurat di Ur, presso Nassiriya (Iraq), fatta costruire dal re Ur-Nammu nel XXI secolo a.C. Foto: Alli Khalil, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Egitto: ka, ba e il cuore sulla bilancia

Gli Egizi divisero la persona in più parti di quanto abbia fatto qualsiasi altra cultura antica. Il ka era la forza vitale, una sorta di doppio che riceveva le offerte di cibo nella tomba. Raffigurato come un uccello dalla testa umana, il ba era la personalità del defunto, libera di uscire dal sepolcro durante il giorno. L’akh era lo spirito trasfigurato e luminoso di chi aveva superato il giudizio. Anche il nome e l’ombra erano considerati componenti vitali, da proteggere come il corpo stesso.

Il momento decisivo era la pesatura del cuore, descritta nel capitolo 125 del Libro dei Morti. Davanti a Osiride, il cuore del defunto veniva posto su un piatto della bilancia: era la sede del pensiero e della memoria. Sull’altro piatto c’era la piuma di Maat, la verità e l’ordine del mondo. Se il cuore era più pesante, lo divorava Ammit, un mostro con la testa di coccodrillo. Qui, a differenza della Mesopotamia, il destino dell’anima dipende dalla vita che si è vissuta.

Nefesh, ruach, psyche: un’anima che non è ancora immortale

Nella Bibbia ebraica l’uomo non riceve un’anima: lo diventa. Genesi 2,7 dice che Dio soffiò nelle narici dell’uomo un alito di vita. Così l’uomo divenne una nefesh vivente. Nefesh indica la gola, il respiro, l’essere vivente nella sua interezza, ed è usata anche per gli animali. Ruach è il vento e lo spirito, neshamah il soffio. Nei testi più antichi, nessuna di queste parole descrive un’entità immortale separabile dal corpo.

L’idea di un’anima che sopravvive e preesiste arriva soprattutto dal mondo greco. Nel Fedone Platone fa morire Socrate sereno, perché la psyche è immortale. Nella Repubblica, poi, la divide in tre parti: razionale, irascibile e desiderante. Paolo di Tarso, scrivendo ai Tessalonicesi, augura che si conservino integri «spirito, anima e corpo». È una triade destinata a una lunghissima fortuna nella teologia cristiana. E ancora oggi è viva in molte letture alternative dell’essere umano.

La pineale: il terzo occhio tra mito e anatomia

Fu il medico greco Galeno, nel II secolo, a descrivere una piccola ghiandola al centro del cervello a forma di pigna. Quindici secoli dopo Cartesio, nelle Passioni dell’anima (1649), la indicò come la sede principale dell’anima. Il motivo? A differenza di quasi tutte le altre strutture cerebrali, non è doppia. Le tradizioni indiane collocano nella stessa zona il sesto chakra, ajna, il “terzo occhio” della percezione interiore. Da qui nasce il ponte che molti oggi gettano tra la ghiandola pineale e la spiritualità antica.

L’anatomia moderna racconta una storia diversa ma non meno sorprendente. La pineale produce la melatonina, isolata nel 1958, che regola il ritmo sonno-veglia in base alla luce. E in alcuni rettili, come il tuatara della Nuova Zelanda, il complesso pineale comprende un vero organo fotosensibile sulla sommità del cranio, l’occhio parietale. Un terzo occhio, insomma, esiste davvero nella storia evolutiva dei vertebrati: solo che serve a misurare la luce, non a vedere l’invisibile.

Statuetta di uccello ba con testa umana, simbolo dell’anima nell’antico Egitto, Museo Egizio di Torino
Statuetta di uccello ba, la personalità del defunto nell’antico Egitto. Museo Egizio, Torino. Pubblico dominio (CC0), via Wikimedia Commons.
Disegno di Cartesio con l’occhio, il nervo ottico e la ghiandola pineale
Il percorso delle immagini dagli occhi alla ghiandola pineale in un disegno di Cartesio (XVII secolo). Pubblico dominio, via Wikimedia Commons.

Corrado Malanga e il ritorno della triade

In Italia il tema dell’anima ha trovato negli ultimi decenni un interprete molto seguito: Corrado Malanga. Ricercatore di chimica organica all’Università di Pisa, si occupa di ufologia dagli anni Settanta. Il suo punto di partenza sono le sedute di ipnosi regressiva con persone convinte di essere state rapite. Le ha raccontate in libri come Gli UFO nella mente (1998). Da lì Malanga ha elaborato un modello in cui l’essere umano è composto da tre componenti: anima, mente e spirito. Nella sua lettura l’anima sarebbe la parte eterna, e proprio quella cercata da chi compie i rapimenti.

Chi segue questa prospettiva trova nei testi antichi più di un’eco. Ci sono un uomo impastato con la carne di un dio e uno spirito che sopravvive alla morte. C’è un cuore che viene pesato, c’è un soffio divino che rende vivi. Sono suggestioni potenti. Ed è facile capire perché tanti lettori arrivino a Sumer e all’Egitto partendo da domande sull’anima.

Ogni epoca ha chiamato anima ciò che non riusciva a misurare.

Le obiezioni: quanto valgono i ricordi sotto ipnosi

Qui la sezione critica non è un dettaglio: è il cuore del problema, perché l’intero modello di Malanga poggia su ricordi ottenuti in ipnosi. La ricerca sulla memoria è concorde: il ricordo non è una registrazione ma una ricostruzione. Le domande, le aspettative e il contesto possono modificarlo. La psicologa Elizabeth Loftus ha mostrato con decine di esperimenti che è possibile indurre ricordi di eventi mai accaduti. Già nel 1985 l’American Medical Association concluse che l’ipnosi aumenta la sicurezza con cui si ricorda, non l’esattezza.

Il caso più famoso risale al 1952. Sotto ipnosi, una casalinga del Colorado, Virginia Tighe, raccontò una vita precedente in Irlanda con il nome di Bridey Murphy. Il libro che ne nacque fu un successo mondiale. Poi i giornalisti trovarono nell’infanzia della donna l’origine di molti dettagli, compresa una vicina di casa irlandese. Sui rapimenti alieni, la psicologa di Harvard Susan Clancy ha documentato nel suo Abducted (2005) il ruolo della paralisi del sonno e della suggestione. C’è infine un’obiezione storica. I testi antichi non descrivono un’unica anima divisa in tre parti, ma modelli diversi e spesso inconciliabili. Leggerli come conferme di una teoria moderna significa scegliere in anticipo cosa ci troveremo.

Il collegamento con NEXUS

C’è un’idea che attraversa quattromila anni senza perdere forza: che dentro l’uomo ci sia qualcosa che non gli appartiene del tutto. Nell’Atrahasis è la carne di un dio impastata con l’argilla. Nella Genesi è un soffio. In Egitto è un cuore che qualcuno, un giorno, metterà sulla bilancia.

NEXUS nasce da quella stessa intuizione, spostata dal piano dell’anima a quello dell’eredità. Che cosa accadrebbe se ciò che i miti chiamano “divino” non fosse un soffio? E se fosse qualcosa che si trasmette, generazione dopo generazione, e che un giorno decide di risvegliarsi?

Per approfondire

I testi mesopotamici si leggono bene in Myths from Mesopotamia di Stephanie Dalley, che offre una traduzione affidabile dell’Atrahasis. L’articolo di Tzvi Abusch Ghost and God (1998) spiega il legame tra eṭemmu e ṭēmu. Quanto all’Egitto, l’edizione italiana del Libro dei Morti curata da Boris de Rachewiltz resta un classico. Sul fronte della memoria sono letture essenziali The Myth of Repressed Memory di Elizabeth Loftus e Katherine Ketcham e Abducted di Susan Clancy. Vanno affiancate a Gli UFO nella mente di Corrado Malanga. Qui sul blog, la creazione dell’uomo dal sangue di un dio è al centro dell’articolo su gli Anunnaki e la creazione dell’uomo. Il soffio divino della Genesi ritorna invece in Elohim: cosa significa davvero il plurale della Bibbia. Leggete le fonti antiche e le ricerche moderne con la stessa attenzione: entrambe hanno qualcosa da dire, ma nessuna ha l’ultima parola.


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