La Bibbia ebraica si apre con tre parole: bereshit bara Elohim, «in principio creò Elohim». Il verbo è al singolare. Il soggetto, a prima vista, no: Elohim ha la desinenza del plurale maschile, la stessa di una parola come “re” al plurale. Da questa piccola frizione grammaticale è nata una delle domande più discusse dell’ultimo secolo, e oggi una delle più cercate in Italia: cosa significa Elohim? Un nome di Dio, un titolo, o il ricordo di qualcuno che era più di uno?
«Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza.»
Genesi 1,26
Una parola plurale con il verbo al singolare
Elohim compare nella Bibbia ebraica oltre 2.500 volte. È la forma plurale di Eloah, a sua volta imparentata con El, il termine semitico più antico per “dio”. Quando indica il Dio d’Israele, nella grande maggioranza dei casi è accompagnato da verbi e aggettivi al singolare: Elohim “crea”, “dice”, “vede”, non “creano”, “dicono”, “vedono”. È questo il dato da cui partono quasi tutti i grammatici.
Ma non sempre. In tre passi della Genesi Dio parla di sé al plurale: «Facciamo l’uomo» (1,26), «l’uomo è diventato come uno di noi» (3,22), «scendiamo e confondiamo la loro lingua» (11,7). E in altri contesti Elohim indica chiaramente più esseri: nell’Esodo Dio annuncia il giudizio su «tutti gli elohim d’Egitto» (12,12), cioè le divinità egizie. Nel Primo libro di Samuele la negromante di Endor vede salire dalla terra un elohim: è lo spirito del profeta Samuele (28,13). La stessa parola copre dunque il Dio unico, gli dèi stranieri e perfino l’ombra di un morto.

Cosa significa Elohim per i grammatici: il plurale di maestà
La spiegazione tradizionale è il cosiddetto plurale di maestà, o di eccellenza: un plurale che non conta gli individui ma ne amplifica la grandezza. L’ebraico biblico lo usa più spesso di quanto si pensi. Chayyim, “vita”, è plurale; panim, “volto”, è plurale; e nessuno ne deduce che la vita sia molte o che una persona abbia più facce. Sono plurali di astrazione o di pienezza, e Elohim, in questa lettura, significa qualcosa come “la divinità nella sua totalità”.
Esiste anche un indizio esterno alla Bibbia. Nelle lettere di Amarna, la corrispondenza diplomatica del XIV secolo a.C. tra il faraone e i suoi vassalli di Canaan, alcuni principi si rivolgono al sovrano egizio chiamandolo ilāni-ya, letteralmente “miei dèi”, con il verbo al singolare. Lo studioso Joel Burnett ne ha fatto uno degli argomenti centrali del suo studio sull’uso biblico di Elohim: nella regione, un plurale di “dio” poteva indicare una sola persona.
Ugarit e l’assemblea degli dèi
Nel 1928, sulla costa siriana, un contadino che arava il campo urtò la pietra di una tomba antica. Era l’inizio della scoperta di Ugarit, l’odierna Ras Shamra: una città dell’età del Bronzo che ha restituito migliaia di tavolette in una lingua sorella dell’ebraico. In quei testi il dio supremo si chiama El, siede a capo di un’assemblea divina e ha numerosi figli, gli “dèi”. Il paragone con la Bibbia è inevitabile, e gli studiosi lo fanno da quasi un secolo.
Il Salmo 82 sembra conservare un’eco di quel mondo: Dio «si alza nell’assemblea divina, giudica in mezzo agli dèi», e più avanti afferma «io ho detto: voi siete dèi, figli dell’Altissimo». Ancora più discusso è Deuteronomio 32,8-9, dove l’Altissimo (Elyon) divide i popoli della terra. Il testo masoretico dice che li divise «secondo il numero dei figli d’Israele»; un manoscritto trovato a Qumran e la traduzione greca dei Settanta riportano invece «figli di Dio». Una variante di poche lettere che, per molti biblisti, rivela uno stadio più antico della religione israelita, in cui il Dio d’Israele conviveva con altri esseri divini prima di assorbirli.
Il dettaglio diventa ancora più interessante se si torna a Ugarit. Lì il dio El e la sua sposa Athirat hanno settanta figli divini. E nella Bibbia, il capitolo 10 della Genesi elenca proprio settanta popoli discesi dai figli di Noè. Per diversi studiosi non è una coincidenza: Deuteronomio 32 rifletterebbe l’idea antica di un mondo diviso in settanta nazioni, ciascuna affidata a un essere divino, mentre Israele sarebbe toccato in sorte al proprio Dio. È un’immagine che, molti secoli dopo, ritorna nella tradizione ebraica dei settanta angeli custodi delle nazioni.


La lettura di Mauro Biglino
In Italia la domanda su Elohim ha un nome e un cognome. Mauro Biglino, che per anni ha lavorato come traduttore di testi biblici dall’ebraico, sostiene in libri come Il libro che cambierà per sempre le nostre idee sulla Bibbia e La Bibbia non parla di Dio che la parola non andrebbe tradotta con “Dio”. Gli Elohim, nella sua lettura, sarebbero un gruppo di individui in carne e ossa, guidati da un capo chiamato Elyon, e Yahweh sarebbe soltanto uno di loro, a cui fu assegnato il popolo d’Israele: proprio il quadro che lui legge in Deuteronomio 32.
Il suo metodo è dichiarato: leggere il testo “facendo finta” che dica esattamente ciò che dice, senza il filtro della teologia. Su questa base reinterpreta il verbo bara non come creazione dal nulla ma come intervento su qualcosa che già esisteva, e legge alcune visioni profetiche come descrizioni di veicoli. È una proposta che ha avuto un enorme successo di pubblico, e che ha avuto il merito di riportare molte persone a leggere la Bibbia in ebraico, o almeno a chiedersi cosa ci sia sotto le traduzioni.
Ogni traduzione è una scelta. La domanda non è se scegliere, ma chi sceglie, e perché.
Le obiezioni degli studiosi
Gli ebraisti e i biblisti accademici, anche quelli lontanissimi da qualsiasi lettura confessionale, respingono la tesi degli Elohim come gruppo di esseri fisici. Le obiezioni sono soprattutto tre. La prima è grammaticale: quando Elohim indica il Dio d’Israele, la concordanza al singolare è sistematica, e un ebraico che volesse parlare di più individui avrebbe usato verbi al plurale, come fa quando parla degli dèi d’Egitto. La seconda è linguistica: i plurali di astrazione sono un fenomeno documentato in ebraico e nelle lingue vicine, come mostrano le lettere di Amarna. La terza è di metodo: leggere “letteralmente” un testo antico non significa leggerlo senza interpretazione, perché anche la scelta di trattare un inno, un mito o una visione come una cronaca è un’interpretazione.
Va detto con onestà che gli stessi studiosi riconoscono ciò che Biglino indica: la Bibbia conserva tracce di un mondo religioso più affollato, con un’assemblea di esseri divini e un Dio d’Israele che, nei testi più antichi, non era ancora l’unico. Lavori come The Origins of Biblical Monotheism di Mark S. Smith ricostruiscono proprio questo passaggio. Ma per la ricerca accademica si tratta di storia delle religioni, non di storia della tecnologia: i “figli di Dio” del Salmo 82 sono esseri divini nel senso in cui li intendeva il Vicino Oriente antico, non visitatori.
Il collegamento con NEXUS
Ci sono parole che i traduttori hanno sempre dovuto addomesticare. Elohim è forse la più grande di tutte: un plurale che deve funzionare come un singolare, un nome che indica Dio ma anche gli dèi delle altre nazioni, gli spiriti dei morti, i membri di un consiglio celeste di cui la Bibbia parla poco e malvolentieri. Non è un caso che NEXUS abbia scelto proprio questa parola come uno dei suoi fili conduttori.
Il romanzo non prende posizione nel dibattito grammaticale. Si chiede, piuttosto, che cosa succederebbe se una di quelle tracce non fosse rimasta soltanto nei testi: se qualcosa dell’antica assemblea divina fosse sopravvissuto altrove, in una forma che nessuna traduzione ha mai previsto.
Per approfondire
Per la tesi “letterale” il punto di partenza sono i libri di Mauro Biglino, in particolare La Bibbia non parla di Dio. Sul versante accademico, The Origins of Biblical Monotheism di Mark S. Smith (2001) racconta come il Dio d’Israele sia emerso dal mondo religioso di Canaan, mentre A Reassessment of Biblical Elohim di Joel S. Burnett (2001) è lo studio di riferimento sulla grammatica e l’uso della parola. Per una lettura che prende sul serio il consiglio divino senza uscire dalla teologia, c’è The Unseen Realm di Michael S. Heiser (2015). Qui sul blog, i “figli di Dio” ritornano nell’articolo su i Nephilim, i giganti della Genesi, e un’altra assemblea di dèi, quella mesopotamica, è al centro dell’articolo su gli Anunnaki e la creazione dell’uomo. Il consiglio, come sempre, è leggere più traduzioni della stessa frase e chiedersi ogni volta chi ha scelto le parole.


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