C’è un libro che non avrei dovuto leggere. Non perché fosse pericoloso — o forse sì, dipende da cosa intendete per pericoloso. Lo avevo trovato in una libreria usata, con la copertina consumata e il dorso che cedeva già alla seconda lettura. Il titolo era semplice: Il Dodicesimo Pianeta. L’autore, Zecharia Sitchin. Avevo ventidue anni. Non sapevo ancora che quel libro avrebbe determinato, vent’anni dopo, l’esistenza di NEXUS.
«Gli dèi del cielo antico non erano miti. Erano astronauti.»
Zecharia Sitchin, Il Dodicesimo Pianeta (1976)
Chi era Sitchin — e perché la comunità accademica lo odiava
Zecharia Sitchin è morto nel 2010, a ottantasei anni, con alle spalle una carriera che la comunità accademica aveva sistematicamente ignorato, deriso o attaccato. Era nato a Baku, cresciuto in Palestina, laureato in economia a Londra. Non era un assiriologo accreditato. Non aveva una cattedra universitaria. Quello che aveva — e che i suoi detrattori non hanno mai potuto togliergli — era la capacità di leggere il sumerico antico, appreso autonomamente nello stesso periodo in cui studiava le tavolette cuneiformi originali al British Museum e al Museo dell’Oriente Antico di Istanbul.
La sua tesi era semplice nella formulazione, sconvolgente nelle implicazioni. I testi sumeri — le tavolette cuneiformi più antiche mai ritrovate, risalenti a oltre 4.000 anni prima di Cristo — non descrivono miti nel senso moderno del termine. Descrivono eventi. Gli Anunnaki non sono invenzioni poetiche di una civiltà primitiva che cercava di dare senso al mondo. Sono entità fisiche, reali, provenienti da un corpo celeste chiamato Nibiru — un pianeta con un’orbita ellittica lunga 3.600 anni che si avvicina periodicamente al nostro sistema solare. Sono venuti sulla Terra in cerca di oro. Hanno creato l’essere umano come forza lavoro. E se vi sembra fantascienza, Sitchin vi risponderà che è esattamente quello che sta scritto nelle tavolette — parola per parola.
Cosa mi ha dato Sitchin — e cosa gli ho tolto
Scrivere NEXUS senza Sitchin sarebbe stato impossibile. Non nel senso che il romanzo è una trasposizione delle sue teorie — non lo è, e sarebbe stato intellettualmente disonesto. Ma Sitchin mi ha dato qualcosa che nessun manuale di mitologia comparata avrebbe potuto darmi: una grammatica per leggere l’antico in modo radicalmente diverso. Prima di lui, quando leggevo di Enki e Ninhursag che “modellavano l’uomo dall’argilla”, vedevo metafora. Dopo di lui, ho iniziato a chiedermi: e se non lo fosse?
Questa è la domanda che sta al centro di NEXUS. Non la risposta — la domanda. Damien Chapman non trova una conferma. Trova una verità che non sa come processare, perché nessun framework culturale che conosce è equipaggiato per contenerla. Questa sensazione di inadeguatezza cognitiva di fronte all’enormità di ciò che viene scoperto — quella vertigine — viene direttamente da Sitchin. Dal momento in cui, leggendo Il Dodicesimo Pianeta per la prima volta, mi sono reso conto che stavo assistendo a qualcosa che non avevo strumenti per valutare. Poteva essere tutto falso. Poteva essere tutto vero. Non lo sapevo. E quella sospensione — quella zona grigia tra il credere e il dubitare — è esattamente dove vive NEXUS.
Le critiche che non si possono ignorare
Sarei disonesto se non lo dicessi chiaramente: le critiche a Sitchin sono reali e in parte fondate. Michael Heiser, assiriologo, ha dedicato anni a smontare sistematicamente alcune delle traduzioni sitchiniane, dimostrando che certe parole chiave — come Shem, che Sitchin traduce come “veicolo spaziale” — nella tradizione accademica mainstream hanno significati completamente diversi. Le sue traduzioni selettive, la tendenza a privilegiare le interpretazioni che supportano la tesi ignorando quelle che la contraddicono, la mancanza di peer review accademico — sono tutti problemi reali che un lettore onesto non può fingere non esistano.
E tuttavia. Heiser confuta le traduzioni di Sitchin, ma non confuta le domande che i testi sumeri pongono. Confuta il metodo, non il mistero. I Sumeri conoscevano l’esistenza di Urano e Nettuno — pianeti scoperti dalla scienza moderna rispettivamente nel 1781 e nel 1846. Come? Descrivono il sistema solare con una precisione che non dovrebbero possedere. Come? Raccontano di divinità che viaggiano nel cielo su veicoli di fuoco, che comunicano a distanza, che manipolano la biologia degli esseri viventi. Come metafore di cosa, esattamente? Queste domande esistono indipendentemente da Sitchin. Lui le ha rese accessibili. Il merito — e il limite — è tutto lì.
«Non sto dicendo che tutto Sitchin sia vero. Sto dicendo che alcune domande che pone non hanno ancora risposta. E le domande senza risposta sono il territorio della narrativa.»
Ashur E. Kinning
Come Nibiru è entrato in NEXUS — e come ne è uscito
Nelle prime bozze di NEXUS, Nibiru era presente in modo esplicito. C’era un personaggio che lo nominava, c’era una scena ambientata in un contesto che alludeva direttamente alla teoria orbitale di Sitchin. L’ho eliminato tutto nella terza revisione. Non perché la teoria mi sembrasse sbagliata — ma perché nella narrativa l’esplicito uccide il mistero. Quando dai un nome a una cosa, la circoscrivi. Quando la lasci senza nome, si espande.
Quello che è rimasto di Sitchin in NEXUS è invisibile ma pervasivo. È nella struttura del conflitto: entità con un’agenda che precede la storia umana, che si muovono su scale temporali incomprensibili per la mente umana. È nella natura di ciò che Damien scopre nel proprio sangue — non un potere soprannaturale nel senso mistico del termine, ma qualcosa di biologico, di ereditato, di antico. È nell’idea che la storia dell’umanità abbia strati che la versione ufficiale non raggiunge. Sitchin non compare nel romanzo. Ma è ovunque.
Il paradosso dello scrittore che usa fonti controverse
C’è una domanda che mi viene posta spesso — o che immagino mi verrebbe posta, se più persone sapessero chi sono: è eticamente corretto usare le teorie di Sitchin come materiale narrativo, sapendo che sono controverse e che molti le considerano pseudoscienza? La mia risposta è sì, con una condizione. La condizione è la trasparenza. NEXUS è un romanzo, non un saggio. Non pretende di dimostrare nulla. Usa Sitchin come usa il Libro di Enoch, come usa le tavolette di Atrahasis — come materia prima narrativa, come territorio di esplorazione, non come verità rivelata.
La narrativa ha sempre avuto il privilegio — e la responsabilità — di abitare le zone d’ombra che la scienza non può ancora illuminare. Quando Shelley scriveva Frankenstein, il galvanismo era una teoria scientifica controversa. Quando Verne mandava i suoi personaggi sulla Luna, l’idea era considerata fantasticheria. La frontiera tra speculazione e verità si sposta continuamente. Sitchin si trova in quella frontiera. E la frontiera è esattamente dove la narrativa è più viva.
Cosa leggere per approfondire
Se volete capire le fondamenta su cui NEXUS è costruito, il punto di partenza obbligato è Il Dodicesimo Pianeta di Sitchin — il primo volume della serie Cronache della Terra. Per una prospettiva critica equilibrata, The Myth of a Sumerian 12th Planet di Michael Heiser offre un contrappunto accademico prezioso. E per chi vuole esplorare il territorio più ampio della ricerca alternativa sulle civiltà antiche, Magicians of the Gods di Graham Hancock rimane, a mio avviso, il lavoro più rigoroso e affascinante del settore. Leggete tutto. Credete a niente in modo acritico. Fate le vostre domande. È l’unico modo onesto di avvicinarsi a questi temi — e l’unico modo in cui io abbia mai voluto scrivere di loro.

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