Il 3 dicembre 1872, a Londra, un uomo di trentadue anni con le mani da incisore parlò alla Society of Biblical Archaeology. Tra il pubblico sedeva il primo ministro William Gladstone. L’uomo lesse la traduzione di una tavoletta d’argilla, arrivata dalla biblioteca del re assiro Assurbanipal, a Ninive. Raccontava di un uomo avvertito da un dio e di una barca calafatata con il bitume. Parlava di una tempesta durata sette giorni e di uccelli liberati per cercare terra asciutta. Era il racconto del diluvio universale, ma l’eroe non era Noè: era Utnapishtim, nell’Epopea di Gilgamesh.
«Abbatti la casa, costruisci una nave; abbandona le ricchezze, cerca la vita.»
Epopea di Gilgamesh, tavola XI
George Smith e la tavoletta che scosse Londra
L’uomo era George Smith. Veniva da una famiglia operaia, e a quattordici anni era stato messo a bottega per imparare a incidere banconote. Nelle pause pranzo andava al British Museum a studiare le iscrizioni assire. Alla fine il museo lo assunse per riordinare le migliaia di frammenti arrivati da Ninive. Fu lavorando su quei cocci che riconobbe il racconto. Secondo i colleghi presenti, quando capì cosa stava leggendo si alzò di scatto e, per l’eccitazione, cominciò a togliersi i vestiti.
La notizia fece il giro del mondo. Il Daily Telegraph finanziò una spedizione a Ninive per cercare i frammenti mancanti, e nel 1873 Smith ne trovò davvero alcuni. Morì tre anni dopo ad Aleppo, durante un’altra missione, ad appena trentasei anni. La sua scoperta, però, aveva già cambiato per sempre il modo di leggere la Bibbia. Per la prima volta si poteva dimostrare che uno dei suoi racconti più celebri aveva un parente più antico. Era scritto in un’altra lingua, per altri dèi.
Il diluvio universale nell’Epopea di Gilgamesh
Nella tavola XI dell’Epopea, Gilgamesh è sconvolto dalla morte dell’amico Enkidu. Va allora a cercare l’unico uomo che abbia ottenuto l’immortalità: Utnapishtim, il re di Shuruppak sopravvissuto al diluvio. È lui a raccontare. Gli dèi avevano deciso di distruggere l’umanità. Ma il dio Ea, che i Sumeri chiamavano Enki, lo avvertì parlando a una parete di canne. Così non violava il giuramento fatto agli altri dèi. Utnapishtim costruì una grande nave e vi caricò la famiglia, gli artigiani, gli animali e i semi di ogni cosa vivente.
La tempesta fu così violenta che gli stessi dèi, spaventati, si rannicchiarono come cani contro le mura del cielo. Il settimo giorno la nave si arenò sul monte Nimush. Utnapishtim liberò una colomba, che tornò indietro; poi una rondine, che tornò anche lei; infine un corvo, che non tornò più. Allora offrì un sacrificio, e gli dèi si radunarono attorno al buon profumo «come mosche». Il parallelo con Genesi 6-9 è impressionante. Ci sono l’avvertimento divino, l’arca spalmata di pece, gli animali, il corvo e la colomba. Ci sono la montagna, il sacrificio dal profumo gradito e la promessa finale di non ripetere la distruzione.
Noè e Utnapishtim: le differenze che contano
Le differenze, però, sono altrettanto rivelatrici. Nella Genesi l’arca è una lunga cassa galleggiante; quella di Utnapishtim è un cubo perfetto, con sette ponti. Al posto dell’arcobaleno, la dea Ishtar giura sulla sua collana di lapislazzuli che non dimenticherà mai quei giorni. Alla fine Utnapishtim e sua moglie non tornano a una vita comune. Gli dèi concedono loro l’immortalità e li mandano a vivere lontano, alla foce dei fiumi. È proprio ciò che Gilgamesh è venuto a cercare, e che non otterrà.


Atrahasis e Ziusudra: le versioni più antiche
Gilgamesh non è il punto di partenza. La tavola XI rielabora un poema più antico, l’Atrahasis, di cui possediamo copie paleobabilonesi. Una di esse fu copiata da uno scriba di nome Ipiq-Aya durante il regno di Ammi-saduqa, nel XVII secolo a.C. È più di mille anni prima della probabile redazione della Genesi. Qui la causa del diluvio è sorprendentemente concreta: gli uomini, moltiplicandosi, fanno troppo rumore e disturbano il sonno del dio Enlil. Gli dèi provano con la peste, la siccità e la carestia, e ogni volta Enki suggerisce agli uomini come salvarsi. Alla fine arriva il diluvio, ed Enki avverte il saggio Atrahasis.
Esiste anche una versione in sumerico, conservata su una tavoletta da Nippur, in cui l’eroe si chiama Ziusudra. Lo stesso nome compare nella Lista reale sumerica. Questa elenca re dai regni lunghi decine di migliaia di anni, e poi annota semplicemente: venne il diluvio. Nel 2014 Irving Finkel, curatore del British Museum, ha pubblicato la cosiddetta Tavoletta dell’Arca, del XVIII secolo a.C. Contiene le istruzioni per costruire una barca rotonda di corda di palma e bitume, in cui gli animali entrano a due a due.
Anche i nomi raccontano la stessa storia. Ziusudra, in sumerico, significa più o meno «vita di giorni lunghi»; Utnapishtim, in accadico, «ha trovato la vita». In entrambi i casi l’eroe del diluvio non è solo un sopravvissuto: è l’uomo che ha sconfitto la morte.

Diluvio universale e Gilgamesh: cosa dice l’archeologia
Nel 1929, scavando a Ur, l’archeologo britannico Leonard Woolley trovò un deposito di argilla alluvionale sotto gli strati più antichi. Era spesso circa tre metri e non conteneva alcun manufatto. Woolley annunciò di aver trovato le tracce del diluvio biblico. Ricerche successive hanno ridimensionato la scoperta. Strati alluvionali compaiono anche a Kish e a Shuruppak, ma in epoche diverse, mentre in altri siti vicini mancano del tutto. Erano inondazioni locali, frequenti in una pianura piatta attraversata da due grandi fiumi.
È possibile, però, che proprio quella esperienza ripetuta abbia dato forma al mito. Alcuni studiosi ricordano che alla fine dell’ultima glaciazione il livello del mare salì di oltre cento metri. L’acqua sommerse le pianure dove oggi si trova il Golfo Persico. Altri hanno proposto un’inondazione improvvisa del Mar Nero intorno al 5600 a.C. È un’ipotesi formulata da William Ryan e Walter Pitman, ancora molto discussa. Nessuna di queste ipotesi, comunque, descrive un diluvio che abbia coperto l’intero pianeta.
Le storie più antiche non sono quelle che ricordano meglio. Sono quelle che continuano a essere raccontate.
Le obiezioni: chi ha raccontato per primo?
La geologia è netta: non esistono tracce di un diluvio globale negli ultimi millenni. Le civiltà dell’Egitto e della Mesopotamia proseguono senza interruzioni proprio nei periodi in cui alcuni vorrebbero collocarlo. Sul piano dei testi, la maggioranza dei biblisti ritiene che il racconto della Genesi sia stato composto molto dopo l’Atrahasis. Secondo questa lettura, intreccia due fonti diverse. Lo si vede dalle incongruenze interne: in un passo entra nell’arca una coppia per specie, in un altro sette coppie degli animali puri. Il diluvio, poi, dura prima quaranta giorni e poi centocinquanta. Molti collegano la forma definitiva del testo all’esilio di Babilonia, quando l’élite di Giuda visse a contatto con la cultura mesopotamica.
Non tutti però parlano di copia. Alcuni studiosi preferiscono pensare a una tradizione comune del Vicino Oriente, rielaborata da ciascun popolo con la propria teologia. E la differenza teologica è enorme. Nella Genesi un solo Dio giudica la corruzione dell’umanità. In Mesopotamia un’assemblea di dèi litigiosi punisce il rumore degli uomini, poi si pente, affamata di sacrifici. Quanto alle letture alla Sitchin, che collegano il diluvio al passaggio di un pianeta, incontrano gli stessi problemi già visti per Nibiru. Nessun testo cuneiforme le sostiene.
Il collegamento con NEXUS
In tutte le versioni mesopotamiche c’è un dettaglio che la Genesi ha lasciato cadere. Il diluvio è una decisione presa a maggioranza da un’assemblea divina. E a salvare l’umanità è un dio che infrange il patto con i suoi pari. Enki parla a una parete di canne per non tradire formalmente il giuramento. Intanto, però, consegna all’uomo il segreto che lo salverà.
NEXUS abita esattamente questa crepa. È un mondo in cui gli dèi non erano d’accordo su cosa fare dell’umanità. E le conseguenze di quel disaccordo non sono rimaste sepolte sotto l’argilla di Ninive.
Per approfondire
Per leggere il testo, La saga di Gilgamesh curata da Giovanni Pettinato resta l’edizione italiana di riferimento. In inglese, la traduzione più autorevole è quella di Andrew George (1999). La storia di George Smith è raccontata da David Damrosch in The Buried Book (2007). La Tavoletta dell’Arca è al centro di The Ark Before Noah di Irving Finkel (2014). L’ipotesi del Mar Nero è esposta in Noah’s Flood di William Ryan e Walter Pitman (1998). Qui sul blog, il dio Enki e la creazione dell’uomo sono al centro dell’articolo su gli Anunnaki. I sette saggi vissuti prima del diluvio compaiono in Göbekli Tepe e gli Apkallu. Un’altra terra inghiottita dalle acque è protagonista dell’articolo su Atlantide. Confrontate le versioni una accanto all’altra: le somiglianze colpiscono, ma sono le differenze a raccontare chi le ha scritte.


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