Doveva arrivare nel maggio del 2003. Poi il 21 dicembre 2012. Poi il 23 settembre 2017. Ogni volta il cielo è rimasto uguale, e ogni volta la data è stata spostata un po’ più in là. Eppure la domanda torna, puntuale come un’orbita: Nibiru esiste davvero? Nel frattempo, su una montagna del Cile, la fotocamera digitale più grande mai costruita fotografa il cielo australe notte dopo notte, cercando un pianeta che nessuno ha mai visto. Non è Nibiru. Ma la coincidenza merita di essere raccontata, partendo dall’unico posto in cui Nibiru è certamente esistito: le tavolette d’argilla.
«…la stella di Marduk, Nēberu, Giove: cambia continuamente posizione e attraversa il cielo.»
MUL.APIN, tavoletta I (ed. Hermann Hunger e David Pingree, 1989)
Il Dodicesimo Pianeta di Zecharia Sitchin
Il Nibiru che conosciamo oggi nasce nel 1976, con The 12th Planet di Zecharia Sitchin, uscito in Italia come Il Dodicesimo Pianeta. La tesi è nota: i Sumeri avrebbero conosciuto un pianeta in più, invisibile e lontanissimo, che percorre un’orbita molto allungata e torna nel sistema solare interno ogni 3.600 anni. Da quel mondo sarebbero scesi gli Anunnaki, gli dèi della tradizione mesopotamica, che Sitchin legge come astronauti in carne e ossa.
Nel suo racconto, Nibiru non è solo un corpo celeste. È il motore di tutto: la collisione primordiale che avrebbe dato origine alla Terra e alla fascia degli asteroidi, il calendario cosmico che scandisce le visite degli dèi, la chiave per rileggere i miti della creazione come cronache. Ne abbiamo parlato nell’articolo dedicato a Sitchin e il Dodicesimo Pianeta. Qui la domanda è un’altra, più semplice e più scomoda: cosa c’è scritto, davvero, su quelle tavolette?

Nēberu: cosa dicono davvero le tavolette
La parola esiste, ed è il primo punto a favore di chi ama il mistero. In accadico, la lingua semitica di Babilonia e dell’Assiria, nēberu significa “passaggio”, “guado”, “punto di attraversamento”. È la stessa radice che indica il traghetto con cui si passa un fiume. Sitchin la traduce come “pianeta dell’attraversamento”, e fin qui la traduzione regge.
Il problema nasce quando si cerca Nēberu nei testi astronomici. Nella quinta tavoletta dell’Enūma eliš, il poema babilonese della creazione, Marduk ordina il cielo dopo aver sconfitto Tiāmat: fissa le costellazioni, stabilisce l’anno, e pone la “stazione” di Nēberu come riferimento per i confini delle altre stelle. Nel MUL.APIN, il grande compendio astronomico composto intorno al 1000 a.C., l’identificazione è esplicita: Nēberu è la stella di Marduk, ed è Giove. In alcuni testi il nome passa a Mercurio, in altri indica un punto preciso del cielo, una sorta di stazione di transito. Mai un pianeta in più. Mai un’orbita di 3.600 anni.
C’è poi un dettaglio linguistico che raramente viene detto. Nēberu è una parola accadica, non sumerica: compare in testi babilonesi e assiri composti molti secoli dopo la fine della civiltà sumera. Attribuire ai Sumeri la conoscenza di Nibiru significa spostare all’indietro, di più di un millennio, un concetto nato in un’altra lingua e in un’altra cultura.


Il sigillo VA 243 e il sistema solare scolpito
La prova visiva più citata da Sitchin è un piccolo sigillo cilindrico accadico conservato al Vorderasiatisches Museum di Berlino, catalogato come VA 243. Nell’angolo in alto compare un simbolo circondato da undici punti. Per Sitchin è il Sole con i suoi pianeti, Nibiru compreso: la prova che quattromila anni fa qualcuno conosceva l’architettura completa del sistema solare.
Gli specialisti di iconografia mesopotamica lo leggono diversamente. Il simbolo centrale ha la forma con cui veniva rappresentata una stella, non il Sole, che in quell’arte aveva un aspetto riconoscibile e diverso. Gruppi di punti simili compaiono su molti altri sigilli, spesso come costellazioni. E l’iscrizione del sigillo non parla di astronomia: nomina il proprietario. Il biblista Michael Heiser ha dedicato anni a smontare questa lettura. Resta un oggetto affascinante, ma il cielo che racconta è molto più modesto di quello che gli è stato attribuito.
Da Sitchin a ZetaTalk: il pianeta che doveva arrivare
Va riconosciuto un merito a Sitchin: non ha mai annunciato l’arrivo imminente di Nibiru. Quella svolta arriva nel 1995, quando l’americana Nancy Lieder apre il sito ZetaTalk e dichiara di ricevere messaggi da alieni del sistema di Zeta Reticuli. Il pianeta in arrivo, che lei chiama “Pianeta X”, avrebbe sconvolto la Terra nel maggio 2003. Non successe nulla. La data migrò sul 2012, agganciandosi alla fine del calendario maya, poi sul 2017, quando David Meade la collegò a una lettura numerologica dell’Apocalisse.
Il fenomeno divenne abbastanza grande da costringere la NASA a rispondere. L’astronomo David Morrison passò mesi a ricevere lettere di persone spaventate, alcune giovanissime. La sua risposta era sempre la stessa: un pianeta diretto verso di noi, a pochi anni dall’impatto, sarebbe già uno degli oggetti più luminosi del cielo, visibile a occhio nudo da chiunque. Non c’era. Non c’è.
Un pianeta che arriva sempre domani non è un pianeta. È una promessa che si rinnova.
Il Pianeta Nove: il mistero che la scienza prende sul serio
Ed ecco il paradosso. Mentre Nibiru restava confinato nei forum, l’astronomia ufficiale riapriva per conto suo la caccia a un pianeta nascosto. Non era la prima volta: all’inizio del Novecento Percival Lowell cercava un “Pianeta X” oltre Nettuno, e la ricerca portò nel 1930 alla scoperta di Plutone, troppo piccolo per essere ciò che si cercava. Il mistero si dissolse solo quando la sonda Voyager 2, nel 1989, permise di misurare con precisione la massa di Nettuno.
Nel gennaio 2016 due astronomi del Caltech, Konstantin Batygin e Mike Brown, pubblicano sull’Astronomical Journal un articolo che fa il giro del mondo. Alcuni corpi ghiacciati remoti, oltre la fascia di Kuiper, hanno orbite stranamente allineate, come se qualcosa le avesse raggruppate. La loro spiegazione è un pianeta di cinque-dieci masse terrestri, a diverse centinaia di unità astronomiche dal Sole, con un’orbita che richiederebbe tra i 10.000 e i 20.000 anni. Lo chiamano Pianeta Nove. Brown, ironia della storia, è lo stesso astronomo le cui scoperte avevano contribuito a declassare Plutone nel 2006.

Da allora l’ipotesi ha vissuto alti e bassi. Nel luglio 2025 un gruppo di astronomi giapponesi ha descritto su Nature Astronomy 2023 KQ14, soprannominato “Ammonite”: un corpo remoto la cui orbita non si allinea con le altre, e che secondo gli scopritori rende meno probabile la versione più semplice del Pianeta Nove. Batygin ha risposto che il modello può assorbire la scoperta. La partita, insomma, è aperta. A chiuderla potrebbe essere il Vera C. Rubin Observatory, sul Cerro Pachón, in Cile: entrato in funzione nel 2025, sta mappando il cielo australe con una frequenza mai vista. Se il Pianeta Nove esiste dove la teoria lo colloca, Rubin ha buone probabilità di trovarlo. Al momento in cui scrivo, nessuno l’ha ancora visto.
Nibiru esiste davvero? Le obiezioni
È qui che la tentazione diventa forte: il Pianeta Nove non sarà forse Nibiru, finalmente riconosciuto? La risposta degli astronomi è netta, e conviene riportarla senza sconti. Il Pianeta Nove, se esiste, è un mondo freddo e remoto che non si avvicina mai al Sole oltre qualche centinaio di unità astronomiche e impiega decine di migliaia di anni per un’orbita. Non attraversa il sistema solare interno, non si avvicina alla Terra, non ha alcun legame con i 3.600 anni di Sitchin.
Le obiezioni contro il Nibiru di Sitchin, invece, sono di tre tipi. La prima è fisica: un pianeta più grande della Terra che piombasse ogni 3.600 anni tra le orbite dei pianeti interni le avrebbe destabilizzate da tempo, e il sistema solare non porta traccia di questo disordine. La seconda è osservativa: le survey a infrarossi del telescopio spaziale WISE hanno escluso la presenza di un pianeta delle dimensioni di Saturno entro 10.000 unità astronomiche dal Sole, e di uno come Giove entro 26.000. Un Nibiru in avvicinamento brillerebbe come un faro. La terza è filologica: nei testi cuneiformi nēberu indica Giove, a volte Mercurio, a volte un punto del cielo, e nessuna tavoletta conosciuta descrive un pianeta aggiuntivo, la sua orbita o i suoi abitanti.
Va aggiunto che gli assiriologi non sono del tutto concordi su cosa fosse Nēberu, proprio perché il termine cambia significato da un testo all’altro. Ma è un’incertezza tra Giove, Mercurio e un punto di transito celeste. Non tra Giove e un pianeta sconosciuto.
Il collegamento con NEXUS
Se Nibiru non esiste, perché continua a essere cercato? Forse perché risponde a un bisogno antico quanto le tavolette: l’idea che il cielo custodisca un orologio, e che quell’orologio scandisca il ritorno di qualcuno. Gli dèi che se ne vanno promettendo di tornare sono una costante di molte mitologie. Nibiru ne è solo la versione astronomica, l’unica che pretenda una data.
NEXUS nasce in quella frattura tra ciò che i testi dicono e ciò che vorremmo leggervi. Il romanzo non chiede al lettore di credere a un pianeta in arrivo; chiede che cosa succederebbe se un’eredità antica, scritta non nel cielo ma nel sangue, avesse un proprio calendario. La differenza tra un mito e una minaccia, a volte, è solo una questione di tempo.
Per approfondire
Il punto di partenza resta Il Dodicesimo Pianeta di Zecharia Sitchin (1976), da leggere sapendo che cosa sostiene e che cosa ignora. Per le fonti primarie, MUL.APIN: An Astronomical Compendium in Cuneiform di Hermann Hunger e David Pingree (1989) offre il testo e la traduzione del compendio babilonese, mentre Mesopotamian Cosmic Geography di Wayne Horowitz (1998) ricostruisce come i Mesopotamici immaginavano il cielo. Sul versante astronomico, l’articolo originale di Batygin e Brown, Evidence for a Distant Giant Planet in the Solar System (The Astronomical Journal, 2016), è consultabile gratuitamente, e il libro di Mike Brown How I Killed Pluto and Why It Had It Coming (2010) racconta con ironia il dietro le quinte della caccia ai pianeti lontani. Qui sul blog, il tema prosegue negli articoli su gli Anunnaki e la creazione dell’uomo e su Erich von Däniken e gli antichi astronauti. Come sempre, il consiglio è uno solo: leggere le fonti, confrontare le traduzioni, e diffidare di chiunque abbia già una data da annunciare.


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