Prova a cercare l’aspetto fisico degli Anunnaki e troverai di tutto: giganti dalla pelle azzurra, rettili in tunica, astronauti con il casco. Le tavolette d’argilla, però, raccontano un’altra storia. Gli dèi della Mesopotamia non hanno un volto preciso. Hanno una luce, una corona e una statura che nessun essere umano può reggere. E il dettaglio più strano non è dove ci si aspetterebbe di trovarlo.

«Due terzi di lui sono dio, un terzo è uomo.»

Epopea di Gilgamesh, tavola I (versione babilonese standard)

Chi erano gli Anunnaki, in poche righe

Il nome compare nei testi sumeri e accadici per indicare gli dèi del pantheon, in particolare quelli legati ad An, il cielo. Non è una razza né un popolo. È piuttosto una categoria divina, che cambia significato da un’epoca all’altra. Talvolta indica gli dèi del cielo, altre volte quelli degli inferi.

Di conseguenza non esiste una descrizione unica degli Anunnaki. Esistono dèi singoli, come Enlil, Enki, Inanna o Shamash, ciascuno con i propri simboli. Per capire com’erano immaginati bisogna quindi guardare due fonti diverse: i testi e le immagini. Il mito della creazione dell’uomo l’abbiamo raccontato nell’articolo su gli Anunnaki e la creazione dell’uomo.

L’aspetto fisico degli Anunnaki nei testi: luce e terrore

Le tavolette non si soffermano su occhi, nasi o colore della pelle. Insistono invece su qualcosa che si vede da lontano. In accadico si chiama melammu: uno splendore terribile, un alone di luce che avvolge gli dèi come un mantello. Accanto c’è il puluhtu, il terrore che quella luce provoca in chi la guarda.

Nell’Enuma Elish, il poema babilonese della creazione, Marduk nasce già smisurato. Ha quattro occhi e quattro orecchie, le sue membra sono troppo grandi per essere comprese, e quando muove le labbra ne esce fuoco. Non è un ritratto, naturalmente. È il modo in cui gli scribi dicevano che un dio vede tutto, sente tutto e non può essere misurato con il metro umano.

Inoltre gli dèi abitavano letteralmente i templi, attraverso le loro statue. Queste venivano vestite, nutrite e lavate ogni giorno. Un rito speciale, la «apertura della bocca», serviva proprio a rendere viva la statua. In altre parole, per un abitante di Ur o di Babilonia l’aspetto del dio era quello della sua immagine sacra.

La corona a corna: il segno che distingue un dio

Nell’arte mesopotamica il dio si riconosce subito, perché porta un copricapo con una o più paia di corna sovrapposte. Questa corona compare già nel terzo millennio a.C. e resta il segno divino per eccellenza per circa duemila anni. Quando il re accadico Naram-Sin si fa ritrarre con un elmo a corna, verso il 2250 a.C., il messaggio è chiaro: si presenta come un dio.

Anche la statura conta. Sulla stele del Codice di Hammurabi, scolpita intorno al 1754 a.C., il dio Shamash è seduto, eppure è alto quanto il re che gli sta davanti in piedi. Dalle sue spalle partono raggi di luce. Gli storici dell’arte la chiamano prospettiva gerarchica: chi è più importante viene raffigurato più grande. È lo stesso codice visivo che ritroviamo, secoli dopo, nei mosaici bizantini.

Shamash con la corona a corna sulla stele del Codice di Hammurabi
Shamash, con la corona a corna e i raggi sulle spalle, davanti a Hammurabi. Stele del Codice, circa 1754 a.C., Museo del Louvre (foto: Mbzt, CC BY 3.0)
Statuetta ubaid dalla testa di lucertola trovata a Ur, circa 4000 a.C.
Statuetta del periodo di Ubaid da Ur, circa 4000 a.C., Museo dell’Iraq, Baghdad (foto: Osama Shukir Muhammed Amin, CC BY-SA 4.0)

Uomini-pesce e geni alati: gli Apkallu

Le figure più citate da chi cerca «prove» degli antichi astronauti vengono dall’Assiria. Nel palazzo di Ashurnasirpal II a Nimrud, nel IX secolo a.C., le pareti erano coperte di grandi rilievi. Mostrano esseri alati con una pigna in una mano e un secchiello nell’altra. Alcuni hanno la testa d’aquila. Altrove, nell’arte assira, compaiono figure avvolte in un mantello a forma di pesce.

Molti studiosi li identificano con gli apkallu, i sette saggi che secondo la tradizione portarono le arti agli uomini prima del Diluvio. Il primo di loro è l’Oannes descritto dal sacerdote babilonese Berosso: una creatura uscita dal mare che insegnò la scrittura e l’agricoltura. Nella lettura degli antichi astronauti, la pigna e il secchiello diventano strumenti tecnologici. Per gli assiriologi, invece, sono oggetti rituali usati per purificare e proteggere.

Genio alato dal palazzo di Ashurnasirpal II a Nimrud, IX secolo a.C.
Genio alato con pigna e secchiello, Palazzo Nord-Ovest di Ashurnasirpal II, Nimrud, 883–859 a.C. (foto: Gary Todd, pubblico dominio)

Le statuette «rettiliane» di Ubaid

Poi ci sono le statuette che in rete vengono chiamate «Anunnaki rettiliani». Arrivano da Ur e da Eridu e risalgono al periodo di Ubaid, tra il 4500 e il 4000 a.C. Hanno teste allungate, occhi a mandorla simili a chicchi di caffè, spalle segnate da piccoli rilievi. Alcune stringono un bambino al seno.

Sono oggetti davvero enigmatici. Tuttavia precedono di circa un millennio la scrittura, e di molto di più i primi testi che nominano gli Anunnaki. Nessuno sa con certezza chi rappresentino: figure di fertilità, antenati, divinità madri. Collegarle agli dèi dei testi sumeri significa saltare un millennio di storia senza un solo documento che faccia da ponte.

Quanto erano alti gli Anunnaki?

È la domanda che torna più spesso, e i testi sumeri non rispondono con un numero. La Lista dei re sumeri offre piuttosto cifre vertiginose per la durata dei regni: il primo sovrano, Alulim di Eridu, avrebbe regnato 28.800 anni. Le misure del corpo, invece, non compaiono mai. Le altezze di tre o quattro metri che circolano in rete nascono da letture moderne, non da una tavoletta.

Il tema dei giganti appartiene soprattutto a un’altra tradizione: quella della Genesi e del Libro di Enoch, con i Nephilim nati dall’unione tra i «figli di Dio» e le figlie degli uomini. In Mesopotamia la grandezza divina resta qualcosa di diverso, cioè una misura del potere più che del corpo. Persino Gilgamesh viene descritto come un gigante, alto undici cubiti secondo alcune versioni dell’epopea. Ma è un re semidivino, e il poema usa quella statura per dire quanto sia fuori misura, nel bene e nel male.

Aspetto fisico degli Anunnaki nel sigillo di Adda: divinità accadiche con la corona a corna
Impronta del sigillo di Adda: Shamash sorge tra i monti, Ishtar alata, Ea con i fiumi pieni di pesci. Impero accadico, circa 2300 a.C., British Museum (foto: Nic McPhee, CC BY-SA 2.0)

Gli dèi della Mesopotamia non avevano un volto da ricordare. Avevano una luce da temere.

Aspetto fisico degli Anunnaki: cosa dicono gli studiosi

L’arte mesopotamica non cercava la somiglianza, e questo vale anche per l’aspetto fisico degli Anunnaki. Ogni elemento era un segno: le corna per la divinità, la barba per la maturità, le dimensioni per il rango. Leggere questi rilievi come fotografie di esseri reali vuol dire, secondo gli assiriologi, fraintenderne la lingua. Per fare un esempio, i presunti «orologi» al polso dei geni assiri sono bracciali a rosetta, un motivo decorativo diffuso in tutta l’arte di corte.

Le teorie di Zecharia Sitchin e di Erich von Däniken partono da immagini reali e da testi autentici. Il problema sta nelle traduzioni e nei collegamenti, che la comunità accademica respinge in modo quasi unanime. Lo abbiamo visto anche parlando di Nibiru e del plurale Elohim. Resta però una domanda legittima: perché così tante culture hanno immaginato i propri dèi più grandi, più luminosi e più antichi dell’uomo?

Il collegamento con NEXUS

NEXUS non prova a ricostruire l’aspetto fisico degli Anunnaki. Si chiede piuttosto che cosa resti di loro, se qualcosa resta, nel sangue di chi è venuto dopo. Chi ha letto i primi due capitoli, scaricabili gratis, ricorderà una figura «luminosa e terribile». Non è una citazione, ma il melammu delle tavolette le somiglia molto.

Damien Chapman, del resto, non cerca dèi nei bassorilievi. È un gioielliere di Lubbock, in Texas, che dopo un incidente comincia a cambiare. Le domande arrivano dopo, e arrivano proprio dai testi che hai appena letto.

Per approfondire

Il punto di partenza più solido è Gods, Demons and Symbols of Ancient Mesopotamia di Jeremy Black e Anthony Green (1992), un dizionario illustrato di simboli e figure divine. Sul rapporto tra gli dèi e chi li venerava resta fondamentale The Treasures of Darkness di Thorkild Jacobsen (1976). In italiano, I Sumeri di Giovanni Pettinato offre una panoramica chiara e documentata. Qui sul blog puoi continuare con i Nephilim, i giganti della Genesi, oppure ascoltare Archivio NEXUS, il podcast. E la prossima volta che vedi un «Anunnaki» disegnato in rete, chiediti da quale tavoletta arriva davvero.


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