Mi viene chiesto spesso quanto ho “inventato” di NEXUS. La risposta onesta è: pochissimo. E allo stesso tempo: tutto. È un paradosso solo apparente. La mitologia che attraversa il romanzo non l’ho creata io — esisteva già, sepolta in tavolette d’argilla, testi apocrifi, rovine che non dovrebbero trovarsi dove si trovano. Quello che ho fatto è stato collegare. Trovare i fili che corrono sotto la superficie di tradizioni separate da oceani e millenni, e tirarli fino a vedere cosa emergeva. Questo articolo è il racconto di quel processo — senza svelare nulla di ciò che accade nel libro.

«Non ho inventato una mitologia. Ho trovato quella che era già lì e ho avuto il coraggio di prenderla sul serio.»

Ashur E. Kinning

La regola numero uno: nessuna invenzione gratuita

Mi sono dato una regola ferrea fin dalla prima pagina: ogni elemento mitologico del romanzo doveva avere una radice in una fonte reale. Non volevo inventare divinità di fantasia, profezie di comodo, testi immaginari. Il mondo è già pieno di materiale autentico così sconcertante che inventarne di nuovo mi sembrava quasi una forma di pigrizia. Se una tavoletta sumera descrive una certa scena, quella scena entra nel romanzo così com’è. Se il Libro di Enoch attribuisce ai Vigilanti l’insegnamento di certe arti, quelle arti restano quelle.

Questa regola ha avuto un effetto collaterale che non avevo previsto: ha reso il romanzo più inquietante. Perché il lettore attento, leggendo, può andare a verificare. Può cercare la fonte. E quando scopre che ciò che sembrava finzione narrativa è in realtà tradotto quasi alla lettera da un testo di quattromila anni fa, qualcosa si incrina nella sua percezione del confine tra romanzo e realtà. Quell’incrinatura è esattamente l’effetto che cercavo.

Le tre fonti pilastro

La mitologia di NEXUS poggia su tre pilastri principali. Il primo sono i testi sumeri e babilonesi: le tavolette cuneiformi, l’epopea di Atrahasis, il poema di Gilgamesh, i racconti della creazione e del diluvio. Da qui viene l’ossatura più antica — l’idea di entità che precedono la storia umana e che con essa hanno un rapporto di creazione e dominio.

Il secondo pilastro è il Libro di Enoch con il suo racconto dei Vigilanti, dei Nephilim, della conoscenza proibita trasmessa all’umanità. È il ponte tra la tradizione mesopotamica e quella biblica, il punto in cui due mondi apparentemente distinti rivelano di raccontare la stessa storia. Il terzo pilastro è la ricerca sulle civiltà perdute — i lavori di Sitchin, Hancock e altri, presi non come verità rivelata ma come framework di domande. Tre strati, tre epoche, tre linguaggi diversi. Il lavoro è stato farli dialogare senza forzature.

Tavolette cuneiformi e testi antichi
Le fonti primarie — dove la ricerca diventa narrativa

Il principio dell’ambiguità deliberata

C’è una scelta di fondo che ha guidato tutta la costruzione mitologica, e posso accennarla senza rovinare nulla: ho deciso di non risolvere mai del tutto la natura delle entità che attraversano il romanzo. Sono divinità? Sono visitatori da altrove? Sono qualcosa che non rientra in nessuna delle categorie che il linguaggio umano mette a disposizione? Il romanzo non lo dice in modo definitivo. E non per pigrizia o per furbizia narrativa — ma perché credo che l’ambiguità sia più fedele alla realtà delle fonti di quanto lo sarebbe qualsiasi risposta netta.

I testi antichi stessi sono ambigui. Quando una tavoletta sumera descrive gli Anunnaki, non sta scrivendo un trattato di teologia né un rapporto scientifico. Sta usando il linguaggio e le categorie di una cultura che vedeva il mondo in modo radicalmente diverso dal nostro. Imporre su quel materiale una spiegazione moderna — “erano alieni”, “erano dèi”, “erano simboli” — significa tradire la natura sfuggente della fonte. Ho preferito conservare quella sfuggevolezza. Lasciare che fosse il lettore a decidere — o a non decidere, che è spesso la posizione più onesta.

L’ambiguità non è un’assenza di risposta. È il rispetto per una domanda troppo grande per una risposta sola.

Come ho gestito il rapporto tra reale e immaginato

La sfida tecnica più difficile è stata calibrare il dosaggio. Troppo materiale documentario e il romanzo diventa un saggio travestito, pesante, didattico. Troppa invenzione e si perde quell’effetto vertigine che nasce dal sospetto che le cose raccontate siano vere. Ho lavorato per anni su questo equilibrio. La regola pratica che ho sviluppato è stata questa: il materiale storico e mitologico fornisce le fondamenta e l’atmosfera, mentre la trama — le vicende dei personaggi, le loro scelte, i loro destini — è interamente narrativa.

In altre parole: la cornice mitologica è reale, le persone che ci si muovono dentro sono inventate. Damien Chapman non è mai esistito. Ma il mondo di simboli, testi e misteri in cui si trova catapultato esiste eccome — chiunque può andare a verificarlo. Questa separazione netta mi ha permesso di mantenere il rigore sulle fonti senza sacrificare la libertà narrativa. E ha permesso al lettore di vivere la storia su due livelli: quello emotivo del thriller e quello inquietante della ricerca che continua anche dopo aver chiuso il libro.

Il pattern che ha guidato tutto

Se c’è un’unica intuizione da cui è nata l’intera mitologia di NEXUS, è questa: la ripetizione. Lo stesso schema narrativo — entità superiori che scendono dall’alto, si uniscono agli umani, trasmettono conoscenza proibita, generano una progenie ibrida, e infine una catastrofe che azzera tutto — ricorre in culture che non avevano modo di comunicare tra loro. I Sumeri, gli Ebrei, i Greci, e decine di altre tradizioni raccontano variazioni della stessa storia. Questo pattern, ostinato e inspiegabile, è il vero protagonista nascosto del romanzo.

Non ho costruito la mitologia di NEXUS partendo da un’idea e cercando fonti che la sostenessero. Ho fatto il percorso inverso. Ho accumulato fonti, le ho disposte una accanto all’altra, e ho osservato cosa emergeva dalla loro sovrapposizione. La mitologia del romanzo è quel pattern reso visibile. Il mio compito è stato solo dargli una forma narrativa, un volto umano, una storia in cui potesse essere vissuto invece che semplicemente studiato.

Cosa ho lasciato fuori

Costruire una mitologia significa anche decidere cosa escludere. Avevo a disposizione un oceano di materiale: avrei potuto inserire decine di altre fonti, altre tradizioni, altre teorie. Ho resistito. Una mitologia troppo affollata perde forza. Ogni elemento che entra in un romanzo deve guadagnarsi il posto, deve servire la storia e non solo dimostrare quanto ha letto l’autore. Molte ricerche affascinanti sono rimaste nei miei appunti, fuori dal libro. Forse troveranno spazio in NEXUS II — o forse resteranno lì, come quelle stanze di una casa che si sa esistere ma in cui non si entra mai.

Questa disciplina dell’esclusione è stata, paradossalmente, la parte più creativa del lavoro. Perché è nelle scelte di cosa non dire che si definisce davvero il tono di un’opera. Il non-detto pesa quanto il detto. E in un romanzo che parla di verità sepolte, di conoscenze nascoste, di cose che qualcuno ha voluto far dimenticare, il silenzio strategico non è solo una tecnica narrativa — è parte del significato stesso del libro.

Se vuoi esplorare le fonti

Sul blog trovi già approfondimenti dedicati alle fonti che hanno nutrito NEXUS: l’articolo sugli Anunnaki e la creazione dell’uomo, quello sui Nephilim, quello sul Libro di Enoch e quello su Sitchin e il Dodicesimo Pianeta. Sono il modo migliore per entrare nel laboratorio da cui è nato il romanzo. E se hai letto NEXUS, ti consiglio di rileggerli con occhi diversi: scoprirai quanto di ciò che sembrava finzione affondava le radici in qualcosa di molto, molto reale.


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