Nel 1968 un albergatore svizzero senza alcuna formazione accademica pubblicò un libro che avrebbe venduto oltre settanta milioni di copie e cambiato per sempre il modo in cui milioni di persone guardano alle rovine antiche. Il libro si intitolava Erinnerungen an die Zukunft — “Ricordi del futuro”, pubblicato in italiano come Gli extraterrestri torneranno. L’autore era Erich von Däniken. E la tesi era tanto semplice quanto esplosiva: gli dèi del passato non erano dèi. Erano astronauti. Visitatori venuti dalle stelle, scambiati per divinità da popoli che non avevano altro modo di comprendere ciò che vedevano.

«Quando i nostri antenati descrivevano carri di fuoco nel cielo, forse non stavano usando metafore. Forse descrivevano ciò che vedevano.»

Erich von Däniken

L’uomo che ha fondato un genere

Erich von Däniken, nato in Svizzera nel 1935, non è uno scienziato e non lo ha mai preteso. Eppure è impossibile parlare di teoria degli antichi astronauti senza partire da lui. È stato von Däniken a trasformare un’intuizione marginale in un fenomeno culturale planetario, a portare nelle case di milioni di persone l’idea che la storia dell’umanità potesse contenere un capitolo nascosto, cancellato, dimenticato — un capitolo in cui non eravamo soli.

La sua influenza va ben oltre i suoi libri. Senza von Däniken non esisterebbe la serie televisiva Ancient Aliens, non esisterebbe gran parte della cultura pop legata agli antichi astronauti, e probabilmente non esisterebbe nemmeno una certa sensibilità diffusa che porta milioni di persone a guardare le piramidi, le linee di Nazca o i monoliti di Puma Punku e a chiedersi: come hanno fatto, davvero? Che si sia d’accordo o meno con le sue conclusioni — e la comunità scientifica nella sua quasi totalità non lo è — il suo impatto culturale è innegabile.

Linee di Nazca dall'alto
Le linee di Nazca, Perù — geoglifi giganteschi visibili solo dall’alto, tra le prove più citate da von Däniken

Le prove che cita — e cosa dimostrano davvero

Von Däniken ha costruito la sua tesi accumulando un vasto catalogo di “anomalie” archeologiche. Le linee di Nazca, geoglifi visibili solo dall’alto, che lui interpreta come piste di atterraggio. Il celebre coperchio del sarcofago di Pakal, il sovrano maya, in cui vede la rappresentazione di un astronauta ai comandi di un veicolo. I monoliti di Puma Punku in Bolivia, con incisioni di una precisione che gli sembra impossibile per gli strumenti dell’epoca. Le piramidi egizie, allineate con precisione astronomica. Antichi testi di tutto il mondo che descrivono “carri di fuoco” e divinità che scendono dal cielo.

È qui che serve onestà intellettuale. La maggior parte di queste “anomalie” ha spiegazioni archeologiche solide. Le linee di Nazca avevano probabilmente funzioni rituali e astronomiche, ed erano realizzabili con tecniche dell’epoca documentate. Il coperchio di Pakal raffigura, secondo l’iconografia maya, l’albero cosmico e la discesa del sovrano nell’oltretomba. Puma Punku mostra una lavorazione sofisticata ma del tutto compatibile con le competenze della cultura Tiwanaku. Von Däniken, insomma, tende a presentare come misteri irrisolti fenomeni che gli archeologi hanno in realtà già spiegato. Questo è il limite fondamentale del suo metodo, e va detto chiaramente.

Coperchio del sarcofago di Pakal
Il coperchio del sarcofago di Pakal, Palenque — interpretato da von Däniken come un astronauta
Rovine di Puma Punku
Puma Punku, Bolivia — i blocchi di pietra dalle incisioni geometriche straordinariamente precise

Perché continua ad affascinare

Se le sue conclusioni sono così facilmente contestabili, perché von Däniken continua ad affascinare milioni di persone a oltre cinquant’anni dal suo primo libro? La risposta, credo, non sta nelle prove ma nel bisogno. Von Däniken risponde a un desiderio profondo: quello di credere che la storia umana sia più grande, più strana, più meravigliosa di quella raccontata nei manuali scolastici. Che ci sia un mistero, una dimensione nascosta, qualcosa che dia un senso più ampio alla nostra presenza nell’universo.

C’è poi un elemento che la critica liquidatoria spesso ignora: alcune delle domande di von Däniken, al netto delle risposte sbagliate, toccano questioni reali. Perché culture separate raccontano di divinità venute dal cielo? Perché certi miti, in tutto il mondo, descrivono esseri che insegnano all’uomo l’agricoltura, l’astronomia, la metallurgia? La risposta antropologica esiste — sono archetipi universali della mente umana — ma la domanda non è stupida. Ed è esattamente nello spazio tra la domanda legittima e la risposta affrettata che vive la narrativa di NEXUS.

Von Däniken sbaglia spesso le risposte. Ma alcune delle sue domande continuano a non avere una replica del tutto soddisfacente.

Il posto di von Däniken nel mondo di NEXUS

Nel costruire la mitologia di NEXUS, von Däniken ha avuto un ruolo diverso da quello di Sitchin o Hancock. Sitchin mi ha dato i testi, Hancock i luoghi. Von Däniken mi ha dato il paradigma — l’idea madre, l’intuizione fondante che attraversa tutta la tradizione degli antichi astronauti: e se le divinità non fossero metafore, ma descrizioni? E se i nostri antenati, raccontando dèi che scendevano dal cielo su carri di fuoco, stessero semplicemente descrivendo con il linguaggio limitato di cui disponevano qualcosa che avevano realmente visto?

NEXUS non abbraccia questa tesi come verità. La usa come lente. Come una delle possibili chiavi di lettura di un mistero che il romanzo si guarda bene dal risolvere del tutto. La natura delle entità che attraversano la storia rimane volutamente ambigua: divinità, visitatori, qualcosa di completamente diverso — il lettore è libero di scegliere, o di non scegliere. Von Däniken offre una delle interpretazioni possibili. NEXUS le tiene tutte aperte, perché è nell’ambiguità che il mistero conserva la sua forza.

Un’eredità controversa ma innegabile

Cinquant’anni dopo, von Däniken resta una figura profondamente divisiva. Per la scienza ufficiale è il simbolo della pseudoarcheologia, l’uomo che ha diffuso idee infondate presentandole come scoperte. Per milioni di lettori è colui che ha aperto una finestra, che ha dato il permesso di chiedersi “e se?”. Probabilmente sono vere entrambe le cose. Quello che è certo è che ha modellato l’immaginario collettivo sul passato dell’umanità più di molti archeologi accademici, e che la sua impronta — nei documentari, nei romanzi, nella cultura pop — è ovunque. Anche, in modo trasfigurato, nelle pagine di NEXUS.

Per approfondire

Il punto di partenza è Gli extraterrestri torneranno (1968), il libro che ha avviato tutto. Per chi vuole una prospettiva critica, The Space Gods Revealed di Ronald Story offre una delle confutazioni più sistematiche delle tesi danikeniane. E per esplorare il fenomeno culturale nel suo insieme, vale la pena confrontare von Däniken con gli altri autori del genere — Sitchin e Hancock, di cui trovi gli approfondimenti dedicati qui sul blog. Leggete tutto, confrontate, e fate le vostre domande. Soprattutto quelle scomode.


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